Sulle tracce dei lasciti del ‘600 - Il sacro … che riveste il profano della roba terrena

Itinerario di rivisitazione di alcuni atti testamentari nella conversazione sviluppata da Michele Mercogliano con il pubblico del Circolo socio-culturale “L’Incontro”.

Percorsi di dedizione e applicazione costante per la conoscenza della Storia locale, quelli che viene compiendo da anni Michele Mercogliano; percorsi che si intrecciano nella frequenza delle sale degli Archivi di Stato di Napoli e Avellino, delle Biblioteche pubbliche e private o della Curia diocesana di Nola, compatibilmente con la disponibilità dei ritagli di tempo libero dagli impegni famigliari e dai turni di servizio nel settore amministrativo di Autostrade per l’Italia, la società di cui è funzionario. Un approccio diretto con testi e documenti, che fotografano e raccontano aspetti della vita e dei costumi sociali di quella comunità che ha costituito per secoli il casale di Baiano di Avella.

Un capitolo di ricerca aperto da Mercogliano è correlato con la condizione del ‘600, il secolo della Controriforma che nel segno del rigorismo cattolico, di cui l’Inquisizione è stato il cupo e terrificante strumento di condanne, repressione e aspra censura sulla libera circolazione delle idee e del pensiero, in combinazione con il permanente temporalismo ecclesiastico plasma di sé gli usi e i costumi dell’Europa mediterranea. E’ il contesto, nel quale s’innesta la specificità dell’interesse per le modalità, con cui si formalizzavano gli atti ereditari per la trasmissione dei beni in ambito familiare ed extra-familiare. Un interesse ch’è stato al centro della Focus svoltosi nei locali del Circolo socio-culturale “L’Incontro” e calibrato sull’intricante tematica “Roba e patrimoni in eredità. Spigolature su testamenti del600 a Baiano e dintorni”, sul filo delle analisi prospettate da Michele Mercogliano, ponendo sotto la lente d’ingrandimento tre atti testamentari, stilati e rogati dal notaio Joseph Picciocco, residente nella città partenopea con sede d’Ufficio in Baiano appunto, tenendo presente che altri e vari atti testamentari riferiti ai sudditi del Regno di Napoli sul territorio sono rogati dai notai De Bucceris, Severo e Lanziello. Ed erano notai itineranti a servizio dei pochi regnicoli possidenti di “case, terre e cavalli”, indicatori di benessere economico.

IN DEI NOMINE. AMEN ….

Vari gli elementi caratterizzanti della ricognizione esegetica e contenutistica tratteggiati, tra i quali primeggia la formula latineggiante di larga e universale diffusione per atti del genere e simili che recita “In Dei nomine. Amen. Hoc capitholum ….” (Nel nome di Dio, Così sia. Questo capitolo ….). E’ la formula, a cui corrisponde il riferimento della “certezza della morte e dell’incertezza dell’ora” quale dato ineludibile e … ineluttabile dell’umana esistenza.

E’ l’ incipit che, coerente con lo spirito del tempo, conferisce e imprime una marcata connotazione sacrale e religiosa alle disposizioni che il testatore o la testatrice si apprestano a dichiarare in lingua , come per affidare alla protezione divina beni e patrimoni- la roba- il cui possesso e proprietà sono effimeri e passeggeri, pur dando senso e “materializzando, per così dire, un’intera vita ; disposizioni che il notaio trascrive facendo personale professione di garanzia per la legge a cui si conforma e del fedele rispetto per la volontà espressa; rispetto che si salda con la dichiarazione del notaio attestante, a sua volta, la pienezza delle facoltà di mente e volontà di chi dispone lasciti ed eredità, di cui non erano destinatari solo i diretti congiunti, ma anche e in misura cospicua, come si sa, le chiese locali, il clero, gli ordini religiosi depositari di ingenti patrimoni accumulati nel corso dei tempi, assumendo e conservando la qualificazione di benefici ecclesiastici, istituto giuridico feudale restato in vigente fino al XIX secolo.

Il tutto rappresenta la riproduzione di un formulario intessuto di linguaggio rotondo e ampolloso; linguaggio, che cede, tuttavia, il campo alla minuziosa e dettagliata descrizione di tutti dati che permettono la piena ed esaustiva conoscenza delle disposizioni testamentarie, in ordine ai beni mobili e ai beni immobili- case e terreni- sia con le descrizioni degli oggetti che con le misurazioni nette e precise nel determinare con esiti per nulla diversi dalle sofisticate tecniche di geolocalizzazione informatizzata dei nostri giorni, specie per definire gli ambiti dei poderi.

I tre atti …. sottoposti alla cartina di tornasole di Michele Mercogliano testimoniano le volontà testamentarie di Finitia Vetrano, Magnifica Severo e Michele Riccio, con rogiti risalenti all’8 gennaio del 1605, al primo giugno del 1606 e al 9 ottobre del 1609. E se Finitia e Magnifica abitano “alli Visuni”, il popoloso nucleo originario del centro abitato, Michele, nato a Napoli, abita   “in capo Baiano”, che gradualmente assumerà il profilo di autentico borgo, disteso ai piedi della collina di Gesù e Maria, attraversato da due strade parallele con la classica pavimentazione in pietra vulcanica grigia e bianca, che si diramano per i sentieri verso il solenne e suggestivo Eremo della Madonna del Soccorso; un borgo che fino a oltre mezzo secolo fa è stato animato dai laboratori dei cestai, da contadini per lo più fittavoli, e dai boscaioli che trascorrevano interi mesi in Sardegna, Corsica e Calabria, quando non emigravano in Francia e Germania per il loro duro lavoro.

Michele Riccio nomina il nipote Claudio come erede dei suoi beni, di cui “fino a quando non avrà raggiunto la maggiore età” dovrà condividere l’usufrutto con Porta e Maria Riccio, sue legittime nipoti e con la cognata Prudentia Cardone, cognata proprio del testatore. E va considerata più che verosimile l’ipotesi che Michele Riccio e famiglia abitassero nel comprensorio di case, che sorgeva all’inizio della traversa di “in capo Baiano” sul prosieguo dell’attuale via Diaz; ipotesi che, a sua volta, spiega la corrente denominazione identificativa della pubblica fontana di “Casa Riccio”, realizzata in aderenza con il citato comprensorio di case; fontana, a cui hanno attinto l’acqua per circa tre secoli gli abitanti del borgo, così come avveniva con le pubbliche fontane, inclusa quella nelle vicinanze della Chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli, utilizzate dagli abitanti di “alli Visuni”. In realtà, fino agli anni dell’immediato secondo dopo-guerra la rete dell’acquedotto comunale era di modesta estensione e serviva soltanto poche “Case” di benestanti e possidenti terrieri. Dal 1948 gli interventi statali, potenziati e integrati successivamente dalle opere della Cassa del Mezzogiorno, favoriranno la realizzazione e ampliamento delle idrostrutture, che “porteranno” l’acqua nelle case, come servizio pubblico primario e per tutti.

E sul punto, va aperta e chiusa … la parentesi. Delle citate pubbliche fontane e della loro funzione sociale, anche quale elemento essenziale di arredo urbano, non resta alcun segno di storicità, o sono state scempiate del tutto o sono state cancellate, annullandone la memoria visiva- per quanti le hanno conosciute e utilizzate- nella loro tradizionale configurazione con colonne in ghisa, impianto di erogazione funzionante e ben custodito, pavimentazione in bianco basolato. Con le opere ricostruttive del dopo-terremoto dell’80 potevano ben essere recuperate e restaurate. Ma non c’è stata alcuna cura a farlo. Incalzavano altre interessate premure …. nel gestire i pubblici fondi miliardari destinati dalla Stato alla ricostruzione del patrimonio abitativo.

Riprendendo il filo degli atti testamentari, l’attenzione è polarizzata dalle disposizioni di Magnifica Severo, che “abita nella casa del defunto marito, Febbraro Ferraro”. Erede unico è nominato Jacopo Lippiello, suo nipote, chierico di professione. C’è, però, una condizione sospensiva e sostanziale: qualora Angelo Ferraro, figlio di Magnifica faccia ritorno dalla guerra- non è desumibile quale sia il conflitto in cui è impegnato- Jacopo Lippiello non potrà esercitare alcuna funzione di erede. Una condizione di altro tenore merita interesse, invece, il testamento di Finitia Vetrano, che abita nella casa del marito Joanne Ferraro. La donna nomina eredi dei suoi beni i figli Andrea, Maria e Horatio Ferraro e fissa per il marito la condizione per la quale non potrà disporre dei beni mobili da lei “portati” in dote per il matrimonio; e tra i beni in questione viene descritto nei dettagli “ ‘O cauraro” che si trova nei terranei della casa “alli Visuni”. La condizione è automatica da osservare, qualora il marito, Joanne Ferraro, vada a nuove nozze. E la disposizione va fatta osservare dai figli, nominati eredi, che, ovviamente, dovranno asportare “ ‘O cauraro” dall’”alloggio” usuale , per farne … uso proprio.


© Tutti i diritti riservati


 



NOTIZIE ED ARGOMENTI CORRELATI

 

 

Share Button

IDEA TV

CanaliWeb

Fotogallery

Cucina

I tortiglioni con melanzane grigliate e pomodori secchi
IMAGE Lavate le melanzane, privatele del calice verde e tagliatele a fette sottili. Mettetele...

Libri

''Praiano nel 1752'' di Fabio Paolucci
IMAGE Fabio Paolucci racconta “Praiano nel 1752” il 13 ottobre a Praiano. Nel corso della...

Viaggi

Verso Santiago... 10ª tappa Venta de Naròn-Melide
IMAGE Ventas de Narón 700 mt slm – Melide 454 mt slm, circa 27 km, cielo parzialmente...

Storia

22 ottobre 1895 - Incidente ferroviario della stazione di Parigi Montparnasse
IMAGE ll 22 ottobre del 1895 si verifica uno dei più spettacolari incidenti ferroviari della...

Cinema

Natale da Chef, il nuovo colpo di Making of Salerno
IMAGE E’ un colpo da novanta quello messo a segno da Making of Salerno, che da anni si occupa...

Week End

Lunch show di Friuli Venezia Giulia Via dei Sapori
IMAGE 4 chef ospiti e altrettanti vignaioli affiancheranno i Solisti del Gusto, star della...

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più clicca su "Più informazioni"