Cultura & Società

Lo ‘specchio’ convesso dell’astrazione

Per Lanzione, volgendo alla conclusione, l’esercizio della pittura rende esplicita la sua necessità di costruire luoghi dell’immaginario, architetture di trasparenze, di piani traslucidi nei quali fa scivolare il corpo espressivo del colore: un luogo, dunque, di accadimenti, di emozioni, di vita.

Quale potrebbe essere, o quali potrebbero essere i destini della pittura oggi, non è un tema che si esaurisce richiamando, come spesso accade di leggere, argomentazioni, anche se necessarie, fatte derivare dalla speculazione propria della critica d’arte. L’approccio espletato a quanto pare dai più è quasi sempre laterale, ora chiamando in causa la necessità di riflettere sul tempo, sui processi interni alla pratica creativa tenendo arbitrariamente fuori campo l’opera nella sua piena realizzazione, ora attivando l’indistinto procedimento di comparazione con quanto ricavato dalla storia e per essa, in primis, l’eredità lasciataci dal XX secolo.

La prospettiva dell’operare sul tempo richiama implicitamente quel senso intrinseco al “fare” che in arte, a mio avviso, ha il suo specchio convesso nell’azione fisica che corre tutt’una con quella ideativa e contemplativa. Un’oscillazione lunga nella sua infinitesima brevità, la stessa che compie il poeta quando sosta sul respiro prima che esso diventi parola; sosta non per concedere tempo alla forma, quanto perché essa sia sostanza del sé, emozione disposta a riproporsi in emozioni.

È questo l’incipit che, nello specifico dell’analisi delle opere di Mario Lanzione raccolte in questa mostra, agevola la lettura spingendola verso l’intimo dialogo intrattenuto dall’artista con la pittura. Si tratta di opere tratte da un ampio ciclo di dipinti, su tavola, su tela, su cartoncino, sui quali Lanzione interviene servendosi di carte veline, di colori acrilici, ma anche di sabbia tenuta insieme da colle di diversa densità. Un’esperienza, fortemente sollecitata da suggestioni attinte ai registri di una certa pittura gestuale quindi di matrice informale, che corre parallela all’altra componente, maggiormente riconosciuta dalla critica, orientata verso un’astrazione geometrica, rispondente a quelle aperture, in ambito nazionale, dalla ritrovata verve di una astrazione d’impronta concretista.

Lanzione oscilla all’interno di declinazioni dell’astrazione o, meglio ancora, delle pratiche linguistiche verso le quali si rivolgeranno, negli anni Ottanta in particolare, giovani artisti con orientamenti diversi; chi propenso alla rilettura della geometria, chi proiettato, invece, verso un neoinformalismo ricco di un segno corsivo che si fa affermazione del gesto, trascrizione di un lirismo evocativo -guardato da Wols, da Licini, dal Burri di fine anni Quaranta - recuperando a volte il vitalismo di una empirica pasta cromatica grumosa, insomma d’impasto. Un dialogo nella giovane arte italiana di quegli anni che, almeno per la situazione dell’arte nel Mezzogiorno d’Italia, era stata proposta in occasione della XI Quadriennale Nazionale di Roma, allestita al Palazzo dei Congressi all’EUR nell’estate del 1986.

Per Lanzione, volgendo alla conclusione, l’esercizio della pittura rende esplicita la sua necessità di costruire luoghi dell’immaginario, architetture di trasparenze, di piani traslucidi nei quali fa scivolare il corpo espressivo del colore: un luogo, dunque, di accadimenti, di emozioni, di vita.


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