REPORTAGE

''E Curtine'', antichi centri sociali

Riceviamo e pubblichiamo il racconto di una vita passata, la testimonianza di una vita vissuta, giochi di infanzia passata nel mondo unico dei cortili, come definiti da Nicola Montanile ''antichi centri sociali'', testimonianza comune delle popolazioni campane, scene di vita che non vanno dimenticate perché come ha sottolineato l'autore ''riguardano le nostre radici, che forse sono comuni a tutti i campani''.

Le storielle “Fattarielli” venivano raccontati dai nonni o da quelli che avevano avuto la possibilità di andare a scuola, nei cortili “Curtine”, dove vivevano nuclei familiari, legati da parentele o senza alcun vincolo, ma, che comunque fraternizzavano, si volevano bene, si aiutavano, si raccontavano, senza malizia e senza vergogna, i propri problemi e malanni tanto che si davano vita a molti proverbi  o modi di dire, come “Si tiene nù male, ‘mittele mpont’ à nu pale”.

Ognuno aveva più nonni/e, più fratelli e sorelle, più cugini/e, “Fratemècucino o Soramacucina” e così via da non disdegnare dal dormire insieme, specialmente, quando qualcuno si ritirava tardi e veniva lasciato fuori casa dai genitori severi.

Si dice che il termine”Fore”, di cui esistono varie ipotesi, sia dovuto al fatto, che un tempo, i contadini o le persone che dovevano andare al lavoro, con le proprie donne, lasciassero i propri figli, legati fuori dalle case, in queste curtine, nelle quali i ragazzi trovavano il modo di giocare.

In esse si spandevano varie cose, tra cui le nocciole e quando venivano accumulate si faceva a gare per scalare il monticello e non ci si rendeva conto che la scalata veniva concessa dai proprietari, poiché così le nocciole  venivano rimosse per cui si faceva “l’Utile ed il dilettevole”, oltre alle spoglie per riempire i sacconi per i letti.

Erano caratterizzate dal pozzo per l’acqua, dal forno, sotto al quale spesso vi era il mandrillo dove ci si cresceva il maiale, ammazzato a gennaio, ma era un problema farlo venire fuori , in quanto una persona non ci entrava e quindi accovacciato cercava di tirarlo prendendolo per i piedi e poi il “Lavaturo”, dove tutti, con la cenere, andavano a lavare, per cui “ I panni sporchi si lavano in famiglia”, il pozzo nero (cesso) e la scalinata  su cui cresceva l’erba ed era sempre verde da procurare scivoloni ed era esterna e quando si andava a dormire, in inverno, ci si incappottava per il freddo ed è per questo motivo che spesso si andava a letto con i vestiti indossati; completavano la cuccia ed il cane, legato al carro, il gatto, qualche animale domestico, l’immancabile pollaio per le uova, la chioccia   ‘A voccula”  coi pulcini, futuri polli, il gallo, con funzione di sveglia ed il tacchino e la tacchina, conosciuti come “ ‘O pinto e ‘a penta”, annunzianti il Natale.

Essendo sterrate, i ragazzi giocavano a “Palline”, alias biglie, il classico “Bucarest”, consistente nel dover colpire, “Schioppare” l’altra pallina e prima di farlo, ci si preoccupava di pulire, per evitare intoppo di pietriccio oppure creavano un percorso che le palline dovevano seguire, spingendole con il tocco del pollice e dell’indice  e, risultava vincitore, chi arrivava per primo alla meta.

Altri giochi erano “ ‘a poglia a’nnasconnere” (nascondiglio),che determinava paure, in quanto qualcuno si andava a nascondere dentro il forno e poteva capitare di addormentarsi e rischiava di essere bruciato vivo, qualora si accendesse il fuoco oppure non si riusciva a trovare  qualcuno che si era ben nascosto, che per dimostrare  la sua bravura non usciva sebbene gli si prometteva di non andare “Sott’”(perditore); ma questo gioco era scelto dai più furbi, per appartarsi ed amoreggiare, tanto che si presentavano, quando era il momento di rincasare e ci si nascondeva accovacciati anche nel mandrillo, quando non c’era il maiale, con la conseguenza di uscirne puzzolenti e con qualche mano piena di merda.

E come dimenticare “ ‘O zomp’accopp’”, “ Sacc’ saccone”, “ ‘A cunnulella”, “ ‘A bandiera”, che ti procurava lividi alle ginocchia, perché, nello scappare, per non farti toccare dall’avversario, spesso si inciampava su quel tappeto naturale, fatto di terreno e piccole pietre, “ ‘a cascia”, “ ‘O schiaffo”, “ ‘ O strummulo”, “ ‘O mazzapiuzo”, col rischio di rompere i vetri, “Dieci passi di…”, richiamandosi a qualche animale, “Uno, due , tre..stella”, “Squaglia” e costruire Aquiloni con la colla, fatta con pasta del pane, con fogli colorati, bianchi, rossi e verdi, e con astucce di canne (anche oggi si gioca con le canne).

Una funzione divertente aveva il cesso o pozzo nero, una buca dove si andavano a riversare i bisogni della notte, fatti in vasini, (Pisciaturi) o direttamente in giornata.

Si accedeva per una portella di legno, con una finestrella, chiusa dalla “Zeccola” e per mettersi sulla buca era necessario salire su di un muretto, passando su tavole, che, se cedevano, ti trovavi nella cacca.

La stragrande maggioranza di pozzi neri erano collegati in sottoscale e nel momento in cui ci si alzava si rischiava di prendere un colpo in testa con relativo bubbone ed allora si era costretti ad entrare abbassandosi già i pantaloni, mentre, viceversa, si doveva uscire con questi abbassati per poi tirarseli su e si faceva grande uso di pezze strappate e giornali vecchi per pulirsi, però i più fortunati avevano la struttura fuori dal balcone ma proviamo ad immaginare quando era il periodo invernale.

La natura e l’ambiente erano simboleggiati da fioriere, con vasi rari di terracotta, perché, per lo più, erano secchi e bagnarole di stagno o barattoli di pittura vuoti, che non venivano più usati, perché mezzi rotti ed in essi erbacce, qualche fiore cioè gerani, perché tengono lontane le zanzare, ma soprattutto foglie di aromi per la cucina: prezzemolo (Putrusino), sedano (Lacc’), basilico (Masanicola), usata nelle conserve delle “butteglie ‘e pummarole”, impegnanti i “curtilanti”, dandosi, le reciproche famiglie, un aiuto, a secondo di chi doveva farle.

I casarecci vasi, detti “Test’”erano posizionati lunga la scalinata, sulla quale si appendeva anche una scala di legno, per salire sul tetto “Astico” e venivano annaffiati  (Arraqquati) da chi aveva cura ma più dalla pioggia e dall’acqua che veniva dai canali (Pisciriculi), presso le mura.

Non mancavano a pianta di fico (Fiche), che teneva sempre sporco il cortile, limone, considerato il frutto per tutte le stagioni, l’arancio, simbolicamente la frutta per l’inverno, i glicini (‘a manella ‘e Cristo) e le (Pipparelle), che soffiandoci si emetteva un suono simile ad una pernacchia, nonché un piccolo pergolato d’uva (‘A perula).

Inchiodati sulle mura delle case, specialmente, dei balconi, vi era varietà di frutta da conservare per la stagione fredda, quale l’uva, che veniva assalita da api e vespe e da ragazzi, che venivano punti, poiché non si accorgevano della presenza del piccolo insetto, oltre al “condimento”, che portavano i moscerini e le mosche, per le quali davanti agli ingressi si mettevano strisce di gomma e nelle case si cercava di allontanare con ventagli “ Sciuscianti”, fatti di carte.

Alla fine rimaneva solo lo scheletro della “Pigna” e non si scopriva il colpevole, mentre era di facile comprensione la scomparsa delle “ ‘Strovule”, (Sorba, frutto del Sorbo), perché la stitichezza ti faceva stare molte ore in bagno, anche se ci si rimaneva appartati pure per motivi didattici –visivi, e il melone “ ‘O mulone ‘e pane” e le “Fiche”, che venivano messe a farle diventare “ficusecche”.

Una frutta appetita era la mela, “Annurca”, colta non ancora matura e messa, nella paglia in “porche”(terreno rialzato di qualche centimetro) a maturare al sole, legata alla leggenda di Proserpina, ma capitava, il più delle volte, che si mettevano a maturare anche sullo spiazzo davanti alle case e sui balconi, che erano sempre ingombranti , però l’ingombrante durava pochissimo, poiché non gli si dava il tempo di maturare, con “ ‘A vutate re mele”.

Quadretti simpatici erano le nonne e le donne intende a lavorare di uncinetto, per maglie, cappucci, per il giorno e la notte, scarpine (Babucce), e le Fascelle (Fuscelle), per la ricotta a cui prestavano attenzione le più giovani poiché volevano imparare, l’istruito/a “’O struito”, che scriveva lettere e cartoline per gli analfabeti e “’O cape e curtine”, a cui ci si rivolgeva per consigli o per un torto ricevuto.

Definite anche, antichi centri sociali o agorà familiari, nelle quali si accedeva, liberamente, in quanto la maggior parte non avevano un portone o un cancello si caratterizzavano in base a chi le abitava,per cui l’argomento rimane inesauribile

I GIOCHI

Nelle “curtine”ci si aiutava nel fidanzamento, nel matrimonio, nella maternità, nel concepimento, nella gravidanza, nelle previsioni prima e dopo parto e del sesso, nel parto, nelle pratiche igieniche, magiche e di devozione, nel battesimo e nella morte .

Era concezione, nella scelta della fidanzata, per essere una buona moglie che doveva essere “Tosta” (ben fatta), “Ianga e Rossa” (ottima salute), “Na bona cuneglia” fertile nel procreare), tanto è che se non aveva figli veniva disprezzata, però non pensavano mai che la colpa potesse essere la sterilità dell’uomo.

Bisognava evitare molte cose per la fecondazione tra cui i mesi con la lettera “r”, nel loro nome, mentre, per la gravidanza, non si dovevano mettere collane e collanine, perché si poteva soffocare il bimbo ed il sesso era previsto, con l’atto del cucinare; infatti se la donna girava il mestolo a destra, era maschio, viceversa era femmina o se il concepimento era avvenuto in fase di luna piena, maschio, se, in luna calante femmina e, infine e non alla fine, se la somma delle lettere dei nomi sia del marito che della moglie risultava disperi, sarebbe nato una femmina, pari un maschietto.

I bambini e i ragazzi giocavano,con giochi e giocattoli inventati, improvvisati e rudimentali, di cui vi presentiamo i più comuni e il loro svolgimento.

NASCONDINO ( ‘a poglia a nascondere):

Questo gioco richiedeva più persone. Si faceva la solita tirata a sorte, volgarmente “sparammo ‘o tocc’”. Ci si metteva in cerchio dicendo “ a pè me, a pé me” oppure si faceva il nome di un partecipante. Ognuno cacciava furi quante dita delle mani riteneva opportuno. Si assommava il tutto e la persona menzionata incominciava a contare, fino al numero scelto, che corrispondeva, in questo caso, a quello che doveva andare “sotto”. Il perdente appoggiava il braccio destro sul muro e su questo gli occhi e iniziava a contare per far si che gli altri avessero il tempo di nascondersi. Terminato di contare, almeno fino a dieci e lentamente, andava in cerca dei nascosti. Se scopriva qualcuno, correva al muro, dove aveva fatto la conta e diceva il nome dello scoperto, facendolo seguire dalla frase “Sputé, uno due e tre”. Doveva fare questo prima dello scoperto, altrimenti, se a farlo fosse questi, si assicurava di andarsi a nascondere nuovamente. Spesso capitava che quello che stava “sotto” scopriva tutti, ma il suo lavoro poteva essere vanificato dal partecipante più bravo “ ‘o figl’ è ndrocchio”, il quale usciva per ultimo e correndo al muto per prima pronunciava la solita frase, aggiungendovi anche “Salvi tutti”. Quello che stava “sotto”, assumeva di nuovo la posizione della conta. Questo gioco con piccole varianti, infatti si chiamava anche “salvi tutti”, “ ‘a casc”, “squaglia”.

SALTA SOPRA (‘o zomp’àcoppa)

Gioco a squadra. Quelli che vanno “sotto”: uno si mette appoggiato al muro , di solito il più gracile, con le spalle. Un altro, inclinandosi a mò di quadrupede, poggia la testa nella sua pancia e dietro, in fila, si collocano gli altri, ognuno appoggiando la testa sul sedere di quello che lo precede. Il primo componente della squadra avversaria salta in groppa, prendendo una lunga rincorsa e appoggiando le mani sulle spalle del curvato, per darsi lo slancio e cercare di andare sul primo della fila per dare spazio agli altri che saltano. Se appoggiano i piedi a terra o cadono, perdono. Se, invece, stanno in buona posizione, spetta ai “quadrupedi” quando sono stanchi di reggere o si accorgono che non c’è niente da fare per scalzarli, dire “Stop” e si ricomincia.

VARIANTE (sacc, saccone)

E’ una variante  del “Zomp’à ncoppa”. Viene, questo gioco, accompagnato dalla frase “sacc, saccone, addù vuò j, all’infer’ ‘o mparadise?”. Quello che sta per saltare esprime il suo desiderio e allora chi regge il gioco dice “Allora rà nù cauce ncule a…facendo il nome di chi lo deve ricevere.

CULLA ( ‘a cunnulella). Giocavano di solito solo due persone. Si legava un filo di cotone. Lo si reggeva con il pollice della mano destra e di quella sinistra, facendo venir fuori un rettangolo che era la prima figura geometrica. L’altro partecipante, a sua volta, sempre con le sopraindicate dita, lo prendeva, facendogli assumere altre figure, che potevano essere culle o altro. Si giocava all’infinito passando da una parte all’altra.

BANDIERA (‘o farzulette)

Si formavano due squadre di più persone, identificate da un numero. I partecipanti si posizionavano a destra e a sinistra di un neutrale, il quale reggeva il pizzo di un “maccaturo” (fazzoletto), con il pollice e l’indice e partendo da questi veniva tracciata una linea che i contendenti delle due squadre non dovevano superare. Chiamava un numero e, subito, i due avversari corrispondenti si portavano verso la bandiera, che,ognuno cercava di afferrare e di portarsela nel proprio posto. Ci voleva molto abilità, furbizia scaltrezza ed infatti i contendenti facevano sempre finte continue e per far superare la linea e per trovare il momento buono per scappare con il fazzoletto senza essere toccato, perché se non si perdeva. Era un gioco che spesso facevano anche le donne.

SCHIAFFO ( ‘o schiaff’) Potevano giocare più persone e anche uomini e donne, con leggera gentilezza, che non c’era, per le donne. Dopo la conta uno andava “sott’” e assumeva questa posizione: portava il braccio sinistro sotto l’ascella di quello destro, tenendo, però, bene in vista la palma aperta della mano, mentre col braccio destro diritto, doveva coprirsi l’occhio destro sempre colla palma (o palmo) della mano. Alle sua spalle, secondo accordi, ognuno si alternava a colpire il malcapitato, picchiano sulla palma della mano sopramenzionata. Una volta colpito, tutti alzavano il dito indici  ed in senso di sfottò, gridavano “iiiii” (sono stato io). Se questi indovinava chi gli aveva dato lo schiaffo, prendeva il suo posto.

TROTTOLA ( ‘o strummulo) Era un rudimentale pezzetto di legno, a forma di trottola moderna, in cui vi era conficcato la punta di un chiodo, volgarmente detta “puntina”. Lo si avvolgeva con una sottile cordicella che, tirandola, lanciava lo strummolo e lo faceva girare.

MAZZA E LIGNETTO (‘o mazz’à piuzo) Anche questo gioco era per più persone. Si prendeva un pezzo di legno e ci si facevano due punte all’estremità. Lo si metteva a terra e poi con un bastone robusto, non molto lungo, si colpiva una delle punte di modo che il “piuzo” si alzava e a volo veniva colpito con il colpo del bastone buttandolo quanto più lontano possibile  e poi si misurava la distanza.

REGINA REGINELLA OPPURE DIECI PASSI DI…

Gioco individuale con più persone maschi e femmine pure. Chi regge il gioco si mette lontano dagli altri. Decide, a suo piacimento, nel far avanzare qualcuno dei partecipanti, secondo i passi di un animale che lui cita, quale elefante, tigre, formica ecc. Alla fine vince e prende il suo posto chi arriva per primo a lui. I passi da fare possono essere richiesti in avanti o indietro retrocedendo. Simile a Regine Reginella. A reggere il gioco  era una detta “Regina”, a cui chiedeva “Regina, Reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello?”

UNO DUE TRE..STELLA.

Una persona si copre gli occhi con le mani e gli altri avanzano verso di lui. Improvvisamente, però, egli al termine delle parole “uno, due tre…Stella”, si scopre gli occhi e se soprende qualcuno proprio nell’atto di avanzare, quello prenderà il suo posto. Anche in questo gioco vi è una compartecipazione di uomini e donne.

BOTTONI (‘e furmelle)

Giocattoli o giochi più semplici e più casarecci e facilmente reperibili: bottoni di metalli scuciti dai pantaloni o alle giacche per giocare alla “breccia”,  “’a sotto o muro”, “’a testa o croce”.Venivano usate anche “’e nuzze e mennula” (albicocca) per giocare a “ncopp’ ‘a mane e singhetiello”. Che consisteva, nel mettersi nel/la palmo/a della mani quante più nuzze ( noccioli/armelline)  possibili e poi con un gesto farle andare sulla parte esterna e con un altro riportarle ne palmo della mano, chiudendo con un pugno. Quelle che rimanevano erano vinte, quelle che cadeva a terra subivano il processo di essere “schioppate” come le biglie, ma prima bisognava fare un segno tra l’una e l’altra senza toccarle.

FRECCIA ( ‘a fionda)

Gli amanti del rischio giocavano con la fionda, una piccola forcina dalla quale veniva lanciato qualcosa di pericoloso che potevano essere pietre  o ferri spezzettati. Si avvaleva di un elastico per lanciare il tutto. Per fortuna, ma sfortuna  dei malcapitati, venivano usate contro animali ed in modo particolare le lucertole o serpenti.

CARROCCIOLO (‘o carruocciule)

Era un pezzo di legno abbastanza largo con piccole ruote metalliche e ci si sedeva più di una persona e ci si lanciava lunghe discese accompagnati dai rimbrotti delle nostri madri poiché potevamo farci male in quanto non c’erano i freni.

BOLLE SAPONE (‘e boll’’e sapone)

Venivano preparate con acqua e schegge di sapone  di bucato, lasciato a molle per alcune ore. Esse riassumevano i colori dell’arcobaleno e la fantasia ci portava a chiamarle case, fiori, alberi, cielo, cioè il mondo fiabesco della nostra infanzia.

LA SETTIMANA (‘a settimana)

Gioco per due o più persone. Prima di iniziare occorreva disegnare, con un pezzetto di gesso, sette quadrati, di circa 40 – 50 centimetri di lato e numerali. Ogni persona si doveva dotare di un segnaposto, che di solito, consisteva in un tappo di bottiglia oppure in una pietra appuntita. A turno bisognava lanciare il segnaposto nel primo riquadro, evitando che si toccassero le linee; se la cosa andava a buon fine, il primo concorrente, saltellando, doveva raggiungere l’ultima casella e tornare indietro, chinandosi, però, lungo il tragitto, a raccogliere il segnaposto senza perdere l’equilibrio e sempre senza toccare le linee. Il gioco proseguiva nel lanciare il segnaposto nel secondo riquadro e poi, via via fino all’ultimo. La mano passava ad un altro concorrente quando, o il segnaposto o un piede, nel saltare, toccava una delle linee che delimitavano i riquadri. Il gioco si articolava in diverse manches, saltellando sempre in modo diverso in avanti, all’indietro, con un piede solo, a piedi uniti e cc.

LA PALLA (‘a pall’)

Diversi erano i giochi con la palla. Uno consisteva nel farla rimbalzare a terra, spingendola con la palma della mano e contare quante volte veniva fatto. Si giocava anche buttandola presso il muro per poi prenderla di rimbalzo e facendo gesti secondo ciò che si diceva “ ‘o muovere, non ti muovere, batti un piedi, batti le mani, o violì, (rotolando le braccia), zig zag, un bacì, ga do ghella”.

LA CORDA ovvero (arancia, pera, limone, fragole e mandarine)

Si giocava singolarmente o a coppia. Si faceva roteare una corda e ci si saltellava in essa e bisognava avere molto abilità e resistenza. Spesso giocavano più persone. Due, però, mettendosi da un lato all’altro, la facevano roteare mentre uno saltellava dicendo “arancia, pera, limone, fragole e mandarine”. Se ci si fermava, proprio nel dire il nome di uno di questa frutta, subentrava la persona che aveva scelto questo pseudonimo.

MEDICO E MALATO (‘o miereche e ‘o malate)

Era un gioco che si può definire, per assurdo, ingenuo – malizioso. Era una specie di iniziazione al sesso perché giocando, ingenuamente, non si può dire fino a che punto, ci si toccava il corpo, per cui a farlo era sempre un maschietto e una femminuccia. Questo gioco era corredato da giocattoli, tipo la bambola e il bambolotto, la cucinella. Insomma tutti gli ingredienti della casa e la mammina, e il papà ed il figlioletto/a che si ammalava si doveva chiamare il dottore o la dottoressa.

 


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                            ANTICHI CENTRI SOCIALI. ” ‘E Curtine”.

Le storielle “Fattarielli” venivano raccontati dai nonni o da quelli che avevano avuto la possibilità di andare a scuola, nei cortili “Curtine”, dove vivevano nuclei familiari, legati da parentele o senza alcun vincolo, ma, che comunque fraternizzavano, si volevano bene, si aiutavano, si raccontavano, senza malizia e senza vergogna, i propri problemi e malanni tanto che si davano vita a molti proverbi  o modi di dire, come “Si tiene nù male, ‘mittele mpont’ à nu pale”.

Ognuno aveva più nonni/e, più fratelli e sorelle, più cugini/e, “Fratemècucino o Soramacucina” e così via da non disdegnare dal dormire insieme, specialmente, quando qualcuno si ritirava tardi e veniva lasciato fuori casa dai genitori severi.

Si dice che il termine”Fore”, di cui esistono varie ipotesi, sia dovuto al fatto, che un tempo, i contadini o le persone che dovevano andare al lavoro, con le proprie donne, lasciassero i propri figli, legati fuori dalle case, in queste curtine, nelle quali i ragazzi trovavano il modo di giocare.

In esse si spandevano varie cose, tra cui le nocciole e quando venivano accumulate si faceva a gare per scalare il monticello e non ci si rendeva conto che la scalata veniva concessa dai proprietari, poiché così le nocciole  venivano rimosse per cui si faceva “l’Utile ed il dilettevole”, oltre alle spoglie per riempire i sacconi per i letti.

Erano caratterizzate dal pozzo per l’acqua, dal forno, sotto al quale spesso vi era il mandrillo dove ci si cresceva il maiale, ammazzato a gennaio, ma era un problema farlo venire fuori , in quanto una persona non ci entrava e quindi accovacciato cercava di tirarlo prendendolo per i piedi e poi il “Lavaturo”, dove tutti, con la cenere, andavano a lavare, per cui “ I panni sporchi si lavano in famiglia”, il pozzo nero (cesso) e la scalinata  su cui cresceva l’erba ed era sempre verde da procurare scivoloni ed era esterna e quando si andava a dormire, in inverno, ci si incappottava per il freddo ed è per questo motivo che spesso si andava a letto con i vestiti indossati; completavano la cuccia ed il cane, legato al carro, il gatto, qualche animale domestico, l’immancabile pollaio per le uova, la chioccia   ‘A voccula”  coi pulcini, futuri polli, il gallo, con funzione di sveglia ed il tacchino e la tacchina, conosciuti come “ ‘O pinto e ‘a penta”, annunzianti il Natale.

Essendo sterrate, i ragazzi giocavano a “Palline”, alias biglie, il classico “Bucarest”, consistente nel dover colpire, “Schioppare” l’altra pallina e prima di farlo, ci si preoccupava di pulire, per evitare intoppo di pietriccio oppure creavano un percorso che le palline dovevano seguire, spingendole con il tocco del pollice e dell’indice  e, risultava vincitore, chi arrivava per primo alla meta.

Altri giochi erano “ ‘a poglia a’nnasconnere” (nascondiglio),che determinava paure, in quanto qualcuno si andava a nascondere dentro il forno e poteva capitare di addormentarsi e rischiava di essere bruciato vivo, qualora si accendesse il fuoco oppure non si riusciva a trovare  qualcuno che si era ben nascosto, che per dimostrare  la sua bravura non usciva sebbene gli si prometteva di non andare “Sott’”(perditore); ma questo gioco era scelto dai più furbi, per appartarsi ed amoreggiare, tanto che si presentavano, quando era il momento di rincasare e ci si nascondeva accovacciati anche nel mandrillo, quando non c’era il maiale, con la conseguenza di uscirne puzzolenti e con qualche mano piena di merda.

E come dimenticare “ ‘O zomp’accopp’”, “ Sacc’ saccone”, “ ‘A cunnulella”, “ ‘A bandiera”, che ti procurava lividi alle ginocchia, perché, nello scappare, per non farti toccare dall’avversario, spesso si inciampava su quel tappeto naturale, fatto di terreno e piccole pietre, “ ‘a cascia”, “ ‘O schiaffo”, “ ‘ O strummulo”, “ ‘O mazzapiuzo”, col rischio di rompere i vetri, “Dieci passi di…”, richiamandosi a qualche animale, “Uno, due , tre..stella”, “Squaglia” e costruire Aquiloni con la colla, fatta con pasta del pane, con fogli colorati, bianchi, rossi e verdi, e con astucce di canne (anche oggi si gioca con le canne).

Una funzione divertente aveva il cesso o pozzo nero, una buca dove si andavano a riversare i bisogni della notte, fatti in vasini, (Pisciaturi) o direttamente in giornata.

Si accedeva per una portella di legno, con una finestrella, chiusa dalla “Zeccola” e per mettersi sulla buca era necessario salire su di un muretto, passando su tavole, che, se cedevano, ti trovavi nella cacca.

La stragrande maggioranza di pozzi neri erano collegati in sottoscale e nel momento in cui ci si alzava si rischiava di prendere un colpo in testa con relativo bubbone ed allora si era costretti ad entrare abbassandosi già i pantaloni, mentre, viceversa, si doveva uscire con questi abbassati per poi tirarseli su e si faceva grande uso di pezze strappate e giornali vecchi per pulirsi, però i più fortunati avevano la struttura fuori dal balcone ma proviamo ad immaginare quando era il periodo invernale.

La natura e l’ambiente erano simboleggiati da fioriere, con vasi rari di terracotta, perché, per lo più, erano secchi e bagnarole di stagno o barattoli di pittura vuoti, che non venivano più usati, perché mezzi rotti ed in essi erbacce, qualche fiore cioè gerani, perché tengono lontane le zanzare, ma soprattutto foglie di aromi per la cucina: prezzemolo (Putrusino), sedano (Lacc’), basilico (Masanicola), usata nelle conserve delle “butteglie ‘e pummarole”, impegnanti i “curtilanti”, dandosi, le reciproche famiglie, un aiuto, a secondo di chi doveva farle.

I casarecci vasi, detti “Test’”erano posizionati lunga la scalinata, sulla quale si appendeva anche una scala di legno, per salire sul tetto “Astico” e venivano annaffiati  (Arraqquati) da chi aveva cura ma più dalla pioggia e dall’acqua che veniva dai canali (Pisciriculi), presso le mura.

Non mancavano a pianta di fico (Fiche), che teneva sempre sporco il cortile, limone, considerato il frutto per tutte le stagioni, l’arancio, simbolicamente la frutta per l’inverno, i glicini (‘a manella ‘e Cristo) e le (Pipparelle), che soffiandoci si emetteva un suono simile ad una pernacchia, nonché un piccolo pergolato d’uva (‘A perula).

Inchiodati sulle mura delle case, specialmente, dei balconi, vi era varietà di frutta da conservare per la stagione fredda, quale l’uva, che veniva assalita da api e vespe e da ragazzi, che venivano punti, poiché non si accorgevano della presenza del piccolo insetto, oltre al “condimento”, che portavano i moscerini e le mosche, per le quali davanti agli ingressi si mettevano strisce di gomma e nelle case si cercava di allontanare con ventagli “ Sciuscianti”, fatti di carte.

Alla fine rimaneva solo lo scheletro della “Pigna” e non si scopriva il colpevole, mentre era di facile comprensione la scomparsa delle “ ‘Strovule”, (Sorba, frutto del Sorbo), perché la stitichezza ti faceva stare molte ore in bagno, anche se ci si rimaneva appartati pure per motivi didattici –visivi, e il melone “ ‘O mulone ‘e pane” e le “Fiche”, che venivano messe a farle diventare “ficusecche”.

Una frutta appetita era la mela, “Annurca”, colta non ancora matura e messa, nella paglia in “porche”(terreno rialzato di qualche centimetro) a maturare al sole, legata alla leggenda di Proserpina, ma capitava, il più delle volte, che si mettevano a maturare anche sullo spiazzo davanti alle case e sui balconi, che erano sempre ingombranti , però l’ingombrante durava pochissimo, poiché non gli si dava il tempo di maturare, con “ ‘A vutate re mele”.

Quadretti simpatici erano le nonne e le donne intende a lavorare di uncinetto, per maglie, cappucci, per il giorno e la notte, scarpine (Babucce), e le Fascelle (Fuscelle), per la ricotta a cui prestavano attenzione le più giovani poiché volevano imparare, l’istruito/a “’O struito”, che scriveva lettere e cartoline per gli analfabeti e “’O cape e curtine”, a cui ci si rivolgeva per consigli o per un torto ricevuto.

Definite anche, antichi centri sociali o agorà familiari, nelle quali si accedeva, liberamente, in quanto la maggior parte non avevano un portone o un cancello si caratterizzavano in base a chi le abitava,per cui l’argomento rimane inesauribile

                                                 I GIOCHI

Nelle “curtine”ci si aiutava nel fidanzamento, nel matrimonio, nella maternità, nel concepimento, nella gravidanza, nelle previsioni prima e dopo parto e del sesso, nel parto, nelle pratiche igieniche, magiche e di devozione, nel battesimo e nella morte .

Era concezione, nella scelta della fidanzata, per essere una buona moglie che doveva essere “Tosta” (ben fatta), “Ianga e Rossa” (ottima salute), “Na bona cuneglia” fertile nel procreare), tanto è che se non aveva figli veniva disprezzata, però non pensavano mai che la colpa potesse essere la sterilità dell’uomo.

Bisognava evitare molte cose per la fecondazione tra cui i mesi con la lettera “r”, nel loro nome, mentre, per la gravidanza, non si dovevano mettere collane e collanine, perché si poteva soffocare il bimbo ed il sesso era previsto, con l’atto del cucinare; infatti se la donna girava il mestolo a destra, era maschio, viceversa era femmina o se il concepimento era avvenuto in fase di luna piena, maschio, se, in luna calante femmina e, infine e non alla fine, se la somma delle lettere dei nomi sia del marito che della moglie risultava disperi, sarebbe nato una femmina, pari un maschietto.

I bambini e i ragazzi giocavano,con giochi e giocattoli inventati, improvvisati e rudimentali, di cui vi presentiamo i più comuni e il loro svolgimento.

NASCONDINO ( ‘a poglia a nascondere):

Questo gioco richiedeva più persone. Si faceva la solita tirata a sorte, volgarmente “sparammo ‘o tocc’”. Ci si metteva in cerchio dicendo “ a pè me, a pé me” oppure si faceva il nome di un partecipante. Ognuno cacciava furi quante dita delle mani riteneva opportuno. Si assommava il tutto e la persona menzionata incominciava a contare, fino al numero scelto, che corrispondeva, in questo caso, a quello che doveva andare “sotto”. Il perdente appoggiava il braccio destro sul muro e su questo gli occhi e iniziava a contare per far si che gli altri avessero il tempo di nascondersi. Terminato di contare, almeno fino a dieci e lentamente, andava in cerca dei nascosti. Se scopriva qualcuno, correva al muro, dove aveva fatto la conta e diceva il nome dello scoperto, facendolo seguire dalla frase “Sputé, uno due e tre”. Doveva fare questo prima dello scoperto, altrimenti, se a farlo fosse questi, si assicurava di andarsi a nascondere nuovamente. Spesso capitava che quello che stava “sotto” scopriva tutti, ma il suo lavoro poteva essere vanificato dal partecipante più bravo “ ‘o figl’ è ndrocchio”, il quale usciva per ultimo e correndo al muto per prima pronunciava la solita frase, aggiungendovi anche “Salvi tutti”. Quello che stava “sotto”, assumeva di nuovo la posizione della conta. Questo gioco con piccole varianti, infatti si chiamava anche “salvi tutti”, “ ‘a casc”, “squaglia”.

SALTA SOPRA (‘o zomp’àcoppa)

Gioco a squadra. Quelli che vanno “sotto”: uno si mette appoggiato al muro , di solito il più gracile, con le spalle. Un altro, inclinandosi a mò di quadrupede, poggia la testa nella sua pancia e dietro, in fila, si collocano gli altri, ognuno appoggiando la testa sul sedere di quello che lo precede. Il primo componente della squadra avversaria salta in groppa, prendendo una lunga rincorsa e appoggiando le mani sulle spalle del curvato, per darsi lo slancio e cercare di andare sul primo della fila per dare spazio agli altri che saltano. Se appoggiano i piedi a terra o cadono, perdono. Se, invece, stanno in buona posizione, spetta ai “quadrupedi” quando sono stanchi di reggere o si accorgono che non c’è niente da fare per scalzarli, dire “Stop” e si ricomincia.

VARIANTE (sacc, saccone)

E’ una variante  del “Zomp’à ncoppa”. Viene, questo gioco, accompagnato dalla frase “sacc, saccone, addù vuò j, all’infer’ ‘o mparadise?”. Quello che sta per saltare esprime il suo desiderio e allora chi regge il gioco dice “Allora rà nù cauce ncule a…facendo il nome di chi lo deve ricevere.

CULLA ( ‘a cunnulella). Giocavano di solito solo due persone. Si legava un filo di cotone. Lo si reggeva con il pollice della mano destra e di quella sinistra, facendo venir fuori un rettangolo che era la prima figura geometrica. L’altro partecipante, a sua volta, sempre con le sopraindicate dita, lo prendeva, facendogli assumere altre figure, che potevano essere culle o altro. Si giocava all’infinito passando da una parte all’altra.

BANDIERA (‘o farzulette)

Si formavano due squadre di più persone, identificate da un numero. I partecipanti si posizionavano a destra e a sinistra di un neutrale, il quale reggeva il pizzo di un “maccaturo” (fazzoletto), con il pollice e l’indice e partendo da questi veniva tracciata una linea che i contendenti delle due squadre non dovevano superare. Chiamava un numero e, subito, i due avversari corrispondenti si portavano verso la bandiera, che,ognuno cercava di afferrare e di portarsela nel proprio posto. Ci voleva molto abilità, furbizia scaltrezza ed infatti i contendenti facevano sempre finte continue e per far superare la linea e per trovare il momento buono per scappare con il fazzoletto senza essere toccato, perché se non si perdeva. Era un gioco che spesso facevano anche le donne.

SCHIAFFO ( ‘o schiaff’) Potevano giocare più persone e anche uomini e donne, con leggera gentilezza, che non c’era, per le donne. Dopo la conta uno andava “sott’” e assumeva questa posizione: portava il braccio sinistro sotto l’ascella di quello destro, tenendo, però, bene in vista la palma aperta della mano, mentre col braccio destro diritto, doveva coprirsi l’occhio destro sempre colla palma (o palmo) della mano. Alle sua spalle, secondo accordi, ognuno si alternava a colpire il malcapitato, picchiano sulla palma della mano sopramenzionata. Una volta colpito, tutti alzavano il dito indici  ed in senso di sfottò, gridavano “iiiii” (sono stato io). Se questi indovinava chi gli aveva dato lo schiaffo, prendeva il suo posto.

TROTTOLA ( ‘o strummulo) Era un rudimentale pezzetto di legno, a forma di trottola moderna, in cui vi era conficcato la punta di un chiodo, volgarmente detta “puntina”. Lo si avvolgeva con una sottile cordicella che, tirandola, lanciava lo strummolo e lo faceva girare.

MAZZA E LIGNETTO (‘o mazz’à piuzo) Anche questo gioco era per più persone. Si prendeva un pezzo di legno e ci si facevano due punte all’estremità. Lo si metteva a terra e poi con un bastone robusto, non molto lungo, si colpiva una delle punte di modo che il “piuzo” si alzava e a volo veniva colpito con il colpo del bastone buttandolo quanto più lontano possibile  e poi si misurava la distanza.

REGINA REGINELLA OPPURE DIECI PASSI DI…

Gioco individuale con più persone maschi e femmine pure. Chi regge il gioco si mette lontano dagli altri. Decide, a suo piacimento, nel far avanzare qualcuno dei partecipanti, secondo i passi di un animale che lui cita, quale elefante, tigre, formica ecc. Alla fine vince e prende il suo posto chi arriva per primo a lui. I passi da fare possono essere richiesti in avanti o indietro retrocedendo. Simile a Regine Reginella. A reggere il gioco  era una detta “Regina”, a cui chiedeva “Regina, Reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello?”

UNO DUE TRE..STELLA.

Una persona si copre gli occhi con le mani e gli altri avanzano verso di lui. Improvvisamente, però, egli al termine delle parole “uno, due tre…Stella”, si scopre gli occhi e se soprende qualcuno proprio nell’atto di avanzare, quello prenderà il suo posto. Anche in questo gioco vi è una compartecipazione di uomini e donne.

BOTTONI (‘e furmelle)

Giocattoli o giochi più semplici e più casarecci e facilmente reperibili: bottoni di metalli scuciti dai pantaloni o alle giacche per giocare alla “breccia”,  “’a sotto o muro”, “’a testa o croce”.Venivano usate anche “’e nuzze e mennula” (albicocca) per giocare a “ncopp’ ‘a mane e singhetiello”. Che consisteva, nel mettersi nel/la palmo/a della mani quante più nuzze ( noccioli/armelline)  possibili e poi con un gesto farle andare sulla parte esterna e con un altro riportarle ne palmo della mano, chiudendo con un pugno. Quelle che rimanevano erano vinte, quelle che cadeva a terra subivano il processo di essere “schioppate” come le biglie, ma prima bisognava fare un segno tra l’una e l’altra senza toccarle.

FRECCIA ( ‘a fionda)

Gli amanti del rischio giocavano con la fionda, una piccola forcina dalla quale veniva lanciato qualcosa di pericoloso che potevano essere pietre  o ferri spezzettati. Si avvaleva di un elastico per lanciare il tutto. Per fortuna, ma sfortuna  dei malcapitati, venivano usate contro animali ed in modo particolare le lucertole o serpenti.

CARROCCIOLO (‘o carruocciule)

Era un pezzo di legno abbastanza largo con piccole ruote metalliche e ci si sedeva più di una persona e ci si lanciava lunghe discese accompagnati dai rimbrotti delle nostri madri poiché potevamo farci male in quanto non c’erano i freni.

BOLLE SAPONE (‘e boll’’e sapone)

Venivano preparate con acqua e schegge di sapone  di bucato, lasciato a molle per alcune ore. Esse riassumevano i colori dell’arcobaleno e la fantasia ci portava a chiamarle case, fiori, alberi, cielo, cioè il mondo fiabesco della nostra infanzia.

LA SETTIMANA (‘a settimana)

Gioco per due o più persone. Prima di iniziare occorreva disegnare, con un pezzetto di gesso, sette quadrati, di circa 40 – 50 centimetri di lato e numerali. Ogni persona si doveva dotare di un segnaposto, che di solito, consisteva in un tappo di bottiglia oppure in una pietra appuntita. A turno bisognava lanciare il segnaposto nel primo riquadro, evitando che si toccassero le linee; se la cosa andava a buon fine, il primo concorrente, saltellando, doveva raggiungere l’ultima casella e tornare indietro, chinandosi, però, lungo il tragitto, a raccogliere il segnaposto senza perdere l’equilibrio e sempre senza toccare le linee. Il gioco proseguiva nel lanciare il segnaposto nel secondo riquadro e poi, via via fino all’ultimo. La mano passava ad un altro concorrente quando, o il segnaposto o un piede, nel saltare, toccava una delle linee che delimitavano i riquadri. Il gioco si articolava in diverse manches, saltellando sempre in modo diverso in avanti, all’indietro, con un piede solo, a piedi uniti e cc.

LA PALLA (‘a pall’)

Diversi erano i giochi con la palla. Uno consisteva nel farla rimbalzare a terra, spingendola con la palma della mano e contare quante volte veniva fatto. Si giocava anche buttandola presso il muro per poi prenderla di rimbalzo e facendo gesti secondo ciò che si diceva “ ‘o muovere, non ti muovere, batti un piedi, batti le mani, o violì, (rotolando le braccia), zig zag, un bacì, ga do ghella”.

LA CORDA ovvero (arancia, pera, limone, fragole e mandarine)

Si giocava singolarmente o a coppia. Si faceva roteare una corda e ci si saltellava in essa e bisognava avere molto abilità e resistenza. Spesso giocavano più persone. Due, però, mettendosi da un lato all’altro, la facevano roteare mentre uno saltellava dicendo “arancia, pera, limone, fragole e mandarine”. Se ci si fermava, proprio nel dire il nome di uno di questa frutta, subentrava la persona che aveva scelto questo pseudonimo.

MEDICO E MALATO (‘o miereche e ‘o malate)

Era un gioco che si può definire, per assurdo, ingenuo – malizioso. Era una specie di iniziazione al sesso perché giocando, ingenuamente, non si può dire fino a che punto, ci si toccava il corpo, per cui a farlo era sempre un maschietto e una femminuccia. Questo gioco era corredato da giocattoli, tipo la bambola e il bambolotto, la cucinella. Insomma tutti gli ingredienti della casa e la mammina, e il papà ed il figlioletto/a che si ammalava si doveva chiamare il dottore o la dottoressa.

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